Divisa in due parti, la meditazione inizia con una frase cara alle meditazioni di Padre Pio:
“Considera, anima mia”.
Nello sviluppo di temi familiari alla pietà cristiana, Padre Pio usa un linguaggio, che non s’incontra facilmente in altri suoi scritti: noi siamo un brutto nulla, duro cimento, ingolfati nei loro affari, abituro, tenere braccia di una donzella, piedini divini che la graziosa sua madre, larghi sorsi d’amore ecc. Sembra che Padre Pio subisca l’influsso dello stile di Antonietta Vona. È la terza meditazione del quaderno autografo del venerato Padre ed è stata pubblicata dal Padre Ezechìa Cardone nell’opuscolo Tempo natalizio.

 

“Considera, anima mia, come i tre sapienti re, tutti dediti ai loro studi astronomici, veggono apparire nel cielo una nuova stella; ammirano nel nuovo astro una luce nuova e misteriosa insieme. Istruiti già che l’apparire di un nuovo astro sarebbe stato ad essi nunzio della venuta dell’atteso Messia sulla terra, una luce ben più splendente e meravigliosa illumina le loro menti. Il lavorìo interiore della grazia li muove ed infervora. Pronti dunque alla divina chiamata, abbandonano tutto: finanche la comodità dei loro palazzi ed affrontano un viaggio lungo, disastroso ed incerto; in una stagione non fra le migliori corrono in cerca di colui che li chiama per manifestarsi ad essi: per adorarlo, per presentargli gli onori come a supremo re del cielo e dell’universo tutto. La stella, simbolo della fede, li muove e li guida verso colui che li chiama interiormente con l’impulso della grazia, perché nessuno può andare a lui se non da lui attratto. Gesù chiama i poveri e semplici pastori per mezzo degli angioli per manifestarsi ad essi. Chiama i sapienti per mezzo della stessa loro scienza e tutti, mossi dall’interiore influsso della sua grazia, corrono a lui per adorarlo.

 

Chiama tutti noi con le sue divine ispirazioni e si comunica a noi con la sua grazia. Quante volte egli ha amorosamente invitato anche noi? E noi con quale prontezza gli abbiamo corrisposto? Mio Dio, arrossisco e mi sento ripieno di confusione nel dover rispondere a sì fatta interrogazione! Quale industria non ha egli adoperato per farsi strada nel nostro cuore ed avvicinarlo al suo, non avendo ribrezzo della nostra miseria! Ma che cosa è l’uomo, perché tu ti prenda tanta cura? Tu lasci la tua celeste reggia per venire in cerca della traviata pecorella. Ti manifesti ad essa, e con impulsi della tua grazia incessantemente la chiami, ne muovi il cuore verso di te, affinché a te d’appresso ti conosca, ti ami, ti adori. Hai tu forse bisogno di essa per essere pienamente felice nel tuo paradiso? No, è la tua solita bontà che ti piega verso di essa, è il tuo amore, che ama spandersi e conquistarla per renderla felice di quella stessa felicità di cui tu sei ripieno. O Gesù, noi siamo un brutto nulla, e tu ci cerchi proprio per questo: per darci l’essere tuo divino, mediante l’operazione e la comunicazione della tua grazia. O Gesù, e chi potrà resisterti? Lascia che povero, quale io mi sono, ti chiegga tutto quello che mi bisogna per piacere a te, che sia di te, che dia gusto a te. Dammi e conservami quella fede viva che mi faccia credere ed operare per tuo solo amore. E questo è il primo dono che ti presento ed unito ai santi magi, ai tuoi piedi prostrato, ti confesso senza alcun umano rispetto dinanzi al mondo intero per vero ed unico nostro Dio.

 

I magi giungono in Gerusalemme e non trovano alcuno esteriore apparato di festa, come credevano, per il grande avvenimento del nuovo re. La stella che li guidava, nell’entrare in città, dispare dai loro sguardi. La loro fede è posta in un duro cimento, ma essi non esitano. Fermi nella loro fede chiedono nuove del nato Messia. Nessuno sa darne indicazioni. I mondani, ingolfati nei loro affari, vivono nell’oscurità e nell’errore, né si danno pensiero della loro salvezza eterna né hanno alcuna premura di conoscere la venuta di quel Messia, atteso e sospirato dalle genti, profetizzato e predetto dai profeti.

I magi, però, che seguono l’impulso della grazia e del fervore, fermi nella speranza di trovare colui che il popolo non ha voluto riconoscere, ma che ha rigettato da sé, vanno da Erode. Lui sì, deve sapere dove è nato il vero re dei Giudei. Ma rimangono delusi, perché neppure lui lo sa. Nascondendo la malvagità ed il timore che questo nuovo re, tanto desiderato da Giacobbe e dai suoi discendenti, gli contrasti il trono, sotto finto zelo di religiosità si interessa ove le profezie dicono dover nascere il Messia e se il tempo predetto da Daniele è già trascorso. Accertatosi, lo manifesta ai magi, raccomanda loro che, trovatolo, ripassino da lui perché anch’egli vuol recarsi a tributargli le adorazioni e gli onori dovutigli.

Quale astuzia! Quanta empietà si nasconde sotto questo finto zelo! Quale fede nei santi magi!

Questi, fatti consapevoli del luogo dove il Messia sarebbe dovuto nascere, si rimettono in viaggio, fermi e stabili nel rinvenimento di colui che, nascosto, chiama a sé quei cuori che veramente lo cercano con ardore di carità. Appena usciti da Gerusalemme, riappare ad essi la stella, che va avanti perché non smarriscano la strada.

click here La fede anche noi guida, e noi dietro il suo lume sicuri seguiamo il cammino che ci conduce a Dio, alla sua patria, come i santi magi guardati dalla stella, simbolo di fede, giungono al luogo desiderato.

La stella si ferma sulla grotta ed essi, illuminati dalla divina grazia, riconoscono quell’abituro quale reggia del nato re del cielo. Entrano commossi, ma che scorgono essi per riconoscere il divin re, il Messia? Sono essi certi, di fronte a tanta povertà, che colui che vedono tremante bambino fra tenere braccia di una donzella è il loro Dio? Che cosa lo rivela per tale? Per sprofondarsi in profonde adorazioni dinanzi a lui? Per dimostrargli che sono venuti di lontano per adorarlo e venerarlo e tributargli onori come a re dei re, se nessuna corte né celeste e né terrestre lo corteggia?

Ma Gesù li ha chiamati per manifestarsi ad essi. Li ha attratti per farsi da loro riconoscere. L’interna emozione li fa prostrare per terra. I moti interni della grazia rivelano alle loro anime che quel tenero pargoletto è Dio ed uomo, è il vero Messia. I palpiti frequenti e precipitosi dei loro cuori confermano che esso è il loro Dio incarnato. Quindi prostrati a terra umiliano all’Eterno fattosi bambino le loro regali dignità. Lo riconoscono, lo adorano, lo amano e tributano a lui gli onori regali e si pongono sotto il suo dominio divino ed a lui si offrono con tutto ciò che hanno e che a loro appartiene. Baciano con trasporto quei piedini divini che la graziosa sua madre loro porge a baciare e, dopo aver dato sfogo all’impeto dei loro cuori infuocati d’amore, gli offrono i tre doni: l’incenso per riconoscerlo come loro Dio, la mirra come uomo, l’oro come sovrano.

Avvertiti poi in sogno dall’angelo di ripassare per altra via, per far ritorno alle loro terre e disperdere così la malvagità di Erode, si partono col corpo soltanto da Betlemme, lasciando ivi i loro cuori. Essi, ardendo di zelo per la gloria di Dio, trasformati in apostoli, spandono tra i loro popoli con l’esempio e con la parola il buon odore di Gesù Cristo; manifestano le divine meraviglie, che con i loro occhi hanno visto e con i loro cuori gustato; professano senza umano rispetto la loro fede e la futura speranza in quel bambino, che sarà il futuro Salvatore. Per i di lui meriti entreranno un giorno, con tutti i seguaci del Vangelo, a partecipare della sua gloria nella beata patria del cielo. L’amore non soffre dilazione ed essi, appena giunti, non risparmiano fatiche per far conoscere ed amare colui che con l’influsso della grazia aveva conquiso i loro cuori, ferendoli di quella carità che ama spandersi, perché il cuore nella sua piccola mole non può contenere, ed ama comunicare ciò che lo riempie.

O Gesù, con i santi magi t’adoriamo, con essi ti offriamo i tre doni della nostra fede riconoscendoti ed adorandoti quale nostro Dio umiliato per nostro amore, quale uomo rivestito di fragile carne per patire e morire per noi. E nei tuoi meriti sperando, siamo sicuri conseguire l’eterna gloria; con la nostra carità ti riconosciamo sovrano di amore dei nostri cuori, pregandoti che, nella tua infinita bontà, ti degni gradire ciò che tu stesso ci hai donato.

Degnati trasformare i nostri cuori come trasformasti quelli dei santi magi e fa’ ancora che i nostri cuori, non potendo contenere gli ardori della tua carità, ti manifestino alle anime dei nostri fratelli per conquistarle.

Il tuo regno non è lontano e tu facci partecipare al tuo trionfo sulla terra, per poi partecipare al tuo regno nel cielo. Fa’ che non potendo contenere le comunicazioni della tua divina carità, predichiamo con l’esempio e con le opere la tua divina regalità. Prendi possesso dei nostri cuori nel tempo per possederli nell’eternità; che mai ci togliamo da sotto il tuo scettro: né la vita né la morte valgano a separarci da te. La vita sia vita attinta da te e larghi sorsi d’amore per spandersi sull’umanità e ci faccia morire ad ogni istante per vivere solo di te, per spandere te nei nostri cuori.”